La città proibita: la nostra recensione


Siamo andati al cinema a vedere l’ultimo film di Gabriele Mainetti “La Città Proibita”. Ecco qui la recensione del nostro shifu Maurizio Di Bonifacio.

A dieci anni dal successo di “Lo Chiamavano Jeeg Robot” e quattro dopo il flop di Freaks out, Mainetti è tornato a dirigere uno dei suoi “fumetti per il cinema” con il film “La Città Proibita”.

Puntando su un genere letterario cinese apparentemente moderno, visto l’uso ormai consueto in molti film d’azione orientali, ma che trova la sua genesi in antichi periodi storici cinesi, il Wuxia letteralmente “eroe marziale”.

Sebbene sia tradizionalmente una forma letteraria, la sua popolarità ha contaminato molte altre forme artistiche come l’Opera Cinese, il Manhua, il canto e la poesia, il Wuxia rappresenta una componente della cultura popolare cinese, gli eroi non servono un signore, o un’autorità militare, né appartengono alla classe aristocratica. Spesso appartengono alle classi sociali inferiori. Di solito legati a un codice cavalleresco che richiede loro di raddrizzare i torti, combattere per la giustizia, eliminare gli oppressori e vendicare i crimini passati.

Mainetti abbraccia in pieno elementi tipicamente orientali, a partire dal titolo (film di Zhang Yimou del 2006), per arrivare a gestire i movimenti della macchina da presa come in Kill Bill per le scene di combattimento, arricchiti poi con ingredienti splatter e noir dosati in modo perfetto.

Ambientato nella Roma del multietnico quartiere Esquilino, accanto alla stazione Termini con il mercato all’aperto comunemente nominato “Piazza Vittorio”, stracolmo di etnie varie, di banchi improvvisati e tendoni di venditori, di negozietti dalle insegne sguarnite e scolorite, arriva Mei, superba lottatrice di arti marziali, impegnata in un lungo viaggio dalla Cina alla capitale, in cerca di sua sorella Yun, risucchiata nel vortice dello sfruttamento della prostituzione dalla mafia cinese

Il film parte subito con ritmi serrati, lei non parla, fissa i nemici con occhi di ghiaccio e si fa strada sbaragliando tutti coloro che intralciano la sua ricerca. Il Kung Fu (Gong Fu) presentato nelle scene degli scontri è di ottimo livello; lei, già stunt professionista alla sua prima prova da attrice, mostra abilità raffinate nell’uso dei più svariati oggetti di circostanza nel combattere e appare perfetta nel ruolo di guerriera vendicatrice.

Il suo incontro/scontro con Marcello (Enrico Borello), un maldestro quanto incasinato cuoco romano, introduce nel film una vena ironica, che rimanda a “Vacanze Romane”, tra i ruderi di una Roma notturna, complice uno scooter sgangherato e sampietrini sconnessi. Insieme si troveranno invischiati in un intrigo in cui la polizia non esiste, le regole non ci sono, i traffici illegali scorrono agevoli tra lunghi sotterranei e la vita mercantesca di Piazza Vittorio in superficie.

Miscele di sentimenti, sapori romani e cinesi, razzismo, prostituzione, gioco d’azzardo, kung fu in un mix più orientale che mai e il tradimento di chi non ti aspetteresti mai…nonostante le apparenze.

È credibile, divertente, coinvolgente, la scena di “Kung Fu no limit” all’interno del ristorante cinese tra aghi da maglia, coltelli, padelle, fornelli accesi e una stupenda Mei (Yaxi Liu) in abito rosso sangue è cult.

 

SHIFU MAURIZIO DI BONIFACIO

L’autore della recensione è Maurizio Di Bonifacio, Direttore Tecnico, Maestro presso ASD 總會功夫武术 Zǒng Huì Gōngfū Wǔshù – Shifu Maurizio Di Bonifacio. Opera nell’ambito delle arti marziali e degli sport da combattimento da oltre 30 anni, dal 1985 AL 2003. È stato allievo del SHIFU Paolo Cangelosi che lo ha riconosciuto ed autorizzato all’insegnamento. Opera per la diffusione del Gong Fu tradizionale nella sua Scuola attraverso corsi, seminari, stage e dimostrazioni. Nel 2001 e fino a tutto il 2003 è stato docente all’ist. “Universitario di Scienze Motorie di Roma I.U.S.M.” nell’ambito delle attività formative con corsi di Qi Gong, Taijiquan, Gong Fu.